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venerdì 22 marzo 2019  

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Grandi fondi di investimento a caccia di asset nei territori vinicoli europei
un buon investimento soprattutto nei momenti di crisi

In periodo di crisi globale i grandi fondi di investimento sono a caccia di asset nei territori agricoli ed in particolare in quei settori in grado di esprimere qualità e rendimento consolidati. La nicchia dell’eccellenza vitivinicola mondiale è uno di questi settori. Il parere di Edoardo Narduzzi, presidente di Synchronya e team leader nell’advisory per il settore agroalimentare e nel settore vitivinicolo e investimenti ambientali sempre per Synchronya.
“I grandi territori del vino sono - afferma Narduzzi - un buon investimento alternativo, sempre. Soprattutto nei momenti di crisi perchè hanno una capacità di tenuta del valore superiore agli altri asset. Sono fisicamente scarsi, cioè fisicamente determinati e quindi il loro valore tende a conservarsi e quando cresce la domanda, a parità d’offerta, addirittura a crescere”. Inoltre in questo quadro instabile i territori vinicoli hanno anche una redditività interessante perchè “in periodi in cui gli altri asset, quali azioni o bond, hanno tassi in diminuzione, le obbligazioni tendono ad avere rendimenti pari a zero se non addirittura negativi, i grandi territori del vino di qualità esprimono, invece, un investimento immobiliare alternativo che ha una redditività reale molto interessante”.
I fondi che cercano di investire in vino, secondo le indicazioni di Narduzzi sono essenzialmente di tre tipi. In primo luogo vi sono i “grandi fondi pensione internazionali che cercano di piazzare una quota del loro patrimonio in investimenti alternativi e di lungo termine, che comprano per tenere in portafoglio non meno di una decina d’anni. Poi ci sono i fondi sovrani alla ricerca di investimenti qualificati e redditizi. E infine alcuni fondi specializzati che sono in parte Real Estate, quindi fondi immobiliari, e in parte fondi alternativi”.
Ma quali sono le “aziende tipo” dei fondi? L’“azienda tipo” ricercata dai fondi deve essere - prosegue ancora Narduzzi - essenzialmente “medio grande ed avere la proprietà del terreno da cui proviene la sua produzione vinicola, non può cioè essere un’azienda di semplice commercializzazione di vino. E, soprattutto, deve essere un brand riconosciuto nel settore, quindi non un’azienda giovane né una start up” ma un’azienda che negli ultimi decenni abbia saputo esprimere un marchio di qualità”.
Il primo e migliore mercato ad essere segnalato il Vecchio Mondo, Italia e Francia, in testa. Italia che “forse ha anche un appeal in più sulla Francia, soprattutto in alcuni territori italiani come la Toscana. Allo stesso tempo, però, il Nuovo Mondo può esprimere delle rivalutazioni del capitale investito più interessante sull’Europa che invece esprime valori più consolidati”. Un investimento in wineries in Cile o Nuova Zelanda, territori che hanno possibilità di rivalutazione del terreno diverse rispetto ai territori italiani o francesi potrebbero dare nel medio-lungo termine soddisfazioni maggiori rispetto al Piemonte, la Borgogna, la Toscana o la zona di Bordeaux dove i valori degli asset sono più definiti e quindi anche la capacità di rivalutazione. Allo stesso tempo però il nuovo mondo è più esposto al rischio di una volatilità verso il basso”.



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