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venerdì 22 marzo 2019  

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Vendemmia 2009 dati definitivi e punto sul settore vitivinicolo italiano
fonte: assoenologi

Il punto sul settore vitivinicolo Italiano

La quantità diminuisce e la qualità aumenta.

Secondo il Centro studi di Assoenologi, la produzione mondiale di vino, sulla base della media del triennio 2005/2007 (ultimo dato disponibile), è di circa 300 milioni di ettolitri, di cui 170 provengono dai Paesi dell’Unione Europea, che produce pertanto poco meno del 60% del vino mondiale. Il 17% della produzione mondiale ed il 30% di quella comunitaria “parlano italiano”. La media delle nostre produzioni è diversa a seconda dei periodi considerati. Essa, infatti, è di 58,8 milioni di ettolitri se riferita al decennio 1989/1998, cala a 49,5 milioni di ettolitri se rapportata al periodo 1999/2008, per diminuire a 48,4 milioni se calcolata sugli ultimi cinque anni (2004/2008).

Parallelamente è mutata la superficie di uva da vino in produzione che nel 1980 era di 1.230.000 ettari, nel 1990 era scesa a 970.000 ettari ed oggi è di 684.000 ettari secondo l’Istat (650.000 secondo altre fonti). Negli ultimi diciannove anni si sono persi 286.000 ettari di vigneto, più di quanti ne hanno oggi la Lombardia, la Puglia e la Sicilia insieme.

Un dato preoccupante? Per alcuni sì, per altri no, visto che la nostra superficie vitata è diminuita, ma si è ulteriormente specializzata, eliminando i “rami secchi” a vantaggio di un sensibile e riconosciuto miglioramento qualitativo e nella convinzione che è inutile “produrre quello che il mercato non vuole”.

Il comparto in cifre.

Il business dell’intero settore vitivinicolo, secondo Assoenologi, è di oltre 13 miliardi di euro, di cui circa 3,6 miliardi dati dall’esporta­zione. A questo si devono aggiungere almeno altri 2 miliardi di euro riferiti alla tecnologia italiana di cantina che è la più diffusa al mondo.

Sempre secondo l’Assoenologi il 55% della produzione è di vino rosso ed il 45% di bianco. Il 50% della produzione di vino italiano è detenuto dalle cooperative. Le imprese in possesso di registro di imbottigliamento sono circa 25.000 ed ognuna mediamente, sempre secondo i dati elaborati da Assoenologi, detiene cinque diverse etichette. Le aziende produttrici di uva da vino in Italia sono oltre 650.000. Nel 1990 erano 810.000.

Vent’anni di evoluzione.

Sintetizzando i contenuti di una recente relazione tenuta dal direttore generale di Assoenologi, dottor Giuseppe Martelli, si evince che il vino italiano in vent’anni è passato da “alimento” a “genere voluttuario”. Per dieci anni, fino al 2002, le nostre esportazioni sono ininterrottamente cresciute, raggiungendo primati di tutta considerazione.

Nel 2001 il vino in bottiglia ha superato, nelle vendite all’estero, quello sfuso. Nel 2002 negli Stati Uniti d’America, che anche oggi, nonostante il difficile momento congiunturale, sono il nostro primo mercato intercontinentale, i nostri vini hanno superato quelli francesi, sia in quantità che in valore. Nel 2003 il settore vino è diventato il primo dell’agroalimentare italiano, primato che anche oggi detiene, nel senso che su 100 euro di prodotti agroalimentari esportati 20 sono da imputare a prodotti derivanti dal vigneto. Attualmente la sola voce “vino” costituisce poco meno del 40% delle nostre esportazioni agroalimentari in Canada,  Stati Uniti d’America e Giappone.

2003: le esportazioni segnano il passo.

Nonostante le eccellenti performance con il 2003 le nostre esportazioni hanno “segnato il passo”. Fatta eccezione per i vini venduti in Spagna ed in Russia, che sono aumentati rispettivamente del 29% e del 54%, dell’Inghilterra e della Svizzera, che hanno fatto registrare +2% e degli Stati Uniti, Canada e Paesi dell’Est, che si sono mantenuti sui livelli del 2002, tutti gli altri mercati hanno manifestato una flessione.

In sintesi le nostre esportazioni, nel 2003, hanno fatto registrare una caduta dei volumi del 16%, per l’80% dovuta al vino sfuso.

2004 e 2005: le esportazioni riprendono fiato.

L’Italia nel 2004 ha iniziato la risalita recuperando nel 2005 quanto perduto. Infatti gli sforzi profusi non sono andati vanificati: i dati 2004 hanno fatto registrare un recupero del 5% in valore e del 6% in volume, con tendenza ad un’ulteriore crescita, che si è confermata nel 2005 con un incremento del 10% in volume e del 3,1% in valore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A differenza però del passato la crescita ha avuto un andamento non generalizzato, bensì eterogeneo, nel senso che ci sono aziende con il “vento in poppa” ed altre in “profondo rosso”, il che vuol dire che ci sono vini che “tirano” ed altri che “pochi vogliono”.

Una cosa comunque è certa: fino a ieri era il produttore che indirizzava le scelte, oggi è sempre di più il mercato sulla base del rapporto qualità/prezzo, per i vini di fascia media, e qualità/prezzo/immagine, per quelli di alto livello.

2006 e 2007: le esportazioni tornano a volare.

Mentre i consumi interni continuano a calare, tanto che secondo l’Assoenologi oggi siamo a 45 litri pro-capite contro gli oltre 100 degli anni Settanta, le esportazioni, sia pure tra alti e bassi, sono tornate a volare. Il 2006 si è chiuso con +11,5% di vino esportato in volume e di +5,8% in valore, ossia 18 milioni di ettolitri, l’1,9% in più rispetto al 2005. Il 2007 ha visto un incremento dello 0,2% nei volumi, ma una crescita del 7% nei valori rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, pari ad un totale di 3.412 milioni di euro. Il prezzo medio al litro è passato da euro 1,75 a euro 1,90 pari ad un incremento dell’8,5%.

2008 e primi 6 mesi 2009: situazione confusa e schizofrenica. Come ampiamente dettagliato ed ogni tre mesi aggiornato nel sito www.assoenologi.it alla voce "Comunicati stampa > Studi di settore", il 2008 si è chiuso con -7,4% in quantità e con un leggero incremento in valore (+0,8%). I dati del primo semestre 2009 capovolgono drasticamente la situazione: abbiamo esportato il 6,9% in più, ma con un abbattimento dei valori di ben il 7,3%. Un segnale contrastante che mette in luce la forte tensione che caratterizza i mercati internazionali, dove la diminuzione dei prezzi al consumo è evidente, tanto da far scivolare il prezzo medio al litro del nostro vino a -13,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Da questa tendenza opposta e schizofrenica, data da valori in caduta e volumi in ascesa, si può facilmente capire che la domanda internazionale è orientata verso prodotti di buona qualità ma dai prezzi contenuti.

Il vino italiano tiene comunque le sue posizioni, anzi le incrementa, ma solo grazie ad una forte compressione dei margini. Una situazione che non potrà essere sostenuta a lungo da molte aziende in generale e dalla parte più fragile della filiera in particolare. 

 

VENDEMMIA 2009: I DATI DEFINITIVI ASSOENOLOGI

La quantità in sintesi

A fine agosto in tutt’Italia si ipotizzava una produzione di 46,3 milioni di ettolitri di vini e mosti, praticamente un quantitativo uguale a quello del 2008. Oggi, a conferimenti avvenuti, il dato viene rivisto al ribasso. Nel 2009 si produrranno infatti non più di 44,5 milioni di ettolitri, il 4% in meno della passata campagna, a fronte della media quinquennale (2004/2008) di 48,4 milioni di ettolitri e di quella decennale (1999/2008) di 49,5 milioni di ettolitri. Il decremento rispetto alle prime previsioni è dovuto a seconda dei casi o all’andamento climatico o a quello meteorico che hanno caratterizzato soprattutto, nel mese di settembre, le regioni del Sud d’Italia ed in particolar modo: Marche, Abruzzo, Puglia e Sicilia. Il Veneto (7,7 milioni di ettolitri) si conferma, per il terzo anno consecutivo, la regione più produttiva. Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia insieme producono oltre il 50% di tutto il vino italiano.

La qualità in sintesi

A fine agosto, quando nelle cantine era stato conferito poco più del 20% del prodotto, le previsioni Assoenologi davano una qualità piuttosto eterogenea, complessivamente più che buona con diverse punte di ottimo che potevano essere confermate solo se il mese di settembre fosse decorso nel migliore dei modi, ossia con temperature nella media, poca pioggia e con forti escursioni notturne. Ora, a bocce ferme, con quasi il 100% delle uve introdotte in cantina, possiamo affermare che il mese di settembre ha maggiormente premiato il Centro-Nord d’Italia, dove, in molte regioni, la qualità è ottima con diverse punte di eccellente. Nel Centro-Sud il bizzarro andamento climatico e meteorico, caratterizzato prima da temperature elevate, poi da piogge di durata inconsueta, ha mantenuto l’eterogeneità inizialmente ipotizzata determinando una qualità a macchia di leopardo, dove il mediocre si scontra con l’ottimo ed il buono con il discreto.

Pessime le condizioni di mercato

I dati del primo semestre 2009 mostrano una decisa flessione dei valori che si riducono del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre i volumi aumentano del 6,9%. Un segnale contrastante, che mette in luce la forte tensione che caratterizza i mercati internazionali, dove la diminuzione dei prezzi al consumo è evidente, tanto da far scivolare il valore unitario del vino italiano del 13,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Inoltre, nella stragrande maggioranza delle cantine italiane, le scorte non sono trascurabili. In questo contesto si inserisce la produzione 2009 che paradossalmente vede una qualità complessivamente ottima, una produzione decisamente al di sotto della media pluriennale, ma un mercato all’ingrosso delle uve che si è rivelato alquanto fiacco e un mercato dei vini ancora fermo e orientato fortemente al ribasso con punte che, per alcune varietà, arrivano anche al 40% del prezzo pagato lo scorso anno.

Alcuni significativi esempi

In Abruzzo abbiamo un abbattimento dei prezzi all’ingrosso delle uve Trebbiano e Montepulciano del 20% che, sommato ai decrementi degli anni precedenti, porta il prezzo del prodotto indietro di vent’anni. In Sicilia, nel trapanese, le uve  Cataratto, Insolia e Grecanico sono state vendute a 14 euro al quintale. Anche in Puglia la situazione delle contrattazioni all’ingrosso è critica con decrementi di prezzi anche di oltre il 30%.

Le uve di Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino sono state scambiate a 120 euro al quintale contro i 180 dello scorso anno. Non da meno quelle base Chianti, dove non è difficile trovare eccellenti partite al 35% in meno rispetto agli importi corrisposti nello stesso periodo del 2008. Anche il Nord d’Italia non si sottrae alla scure sui prezzi all’ingrosso. Le uve di Nebbiolo per la produzione di Barolo e quelle di Barbera hanno spuntato prezzi oscillanti dal 20% al 30% in meno rispetto al 2008. In calo anche le quotazioni delle uve in Valpolicella, dove quelle per la produzione dell’Amarone fanno registrare un decremento di oltre il 20%.

 

Le due ultime vendemmie.

Quella del 2007 - spiega il dottor Giuseppe Martelli direttore generale di Assoenologi - fu una delle vendemmie più scarse degli ultimi cinquant’anni visto che si produssero solo 42,6 milioni di ettolitri a fronte di una media decennale di 51,4 milioni di ettolitri. Il 2007 sarà ricordato nel Nord Italia tra le annate più anticipate degli ultimi 70 anni: le operazioni di raccolta iniziarono addirittura nella prima decade di agosto con un anticipo variabile dai 10 ai 20 giorni rispetto alla media pluriennale.

Nel 2008 si produssero 46,2 milioni di ettolitri di vino con un incremento del 9% rispetto all’anno precedente. Le regioni del Centro-Nord, ad eccezione della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna, furono caratterizzate dal segno meno, quelle del Centro Sud, ad accezione del Lazio e della Sardegna, recuperarono notevolmente rispetto alla precedente produzione, tanto che la Sicilia fece registrare +35%.

 

Siamo di fronte ad un’annata diversa dalle due precedenti

Quindi il 2007 è stata una campagna fortemente anticipata, caratterizzata da una scarsissima produzione all’insegna dell’eterogeneità. Il 2008 ha invece riportato l’epoca di maturazione nella media pluriennale con una produzione qualitativamente sempre eterogenea, ma quantitativamente assai vicina alla normalità.

Il 2009 presenta caratteristiche ancora diverse a partire dalle precipitazioni autunno-invernali considerate dal Cnr tra le più abbondanti dal 1803, per passare ad una primavera bizzarra caratterizzata da capovolgimenti e colpi di scena, per proseguire con una estate iniziata all’insegna della pioggia, ma sviluppata con temperature sensibilmente al di sopra della media stagionale, tra le più calde degli ultimi 50 anni.

Il mese di settembre è stato poi caratterizzato, in alcuni casi, da promesse mantenute ed in altri da speranze deluse. Sicuramente ha maggiormente premiato il Centro-Nord d’Italia, dove in molte regioni la qualità è ottima con diverse punte di eccellente grazie al prolungarsi del bel tempo, delle scarse piogge e delle forti escursioni termiche notturne che hanno permesso un periodo di raccolta lungo ed omogeneo.

Nel Sud il bizzarro andamento climatico e meteorico, caratterizzato prima da temperature elevate, poi da piogge inconsuete, ha mantenuto l’eterogeneità inizialmente ipotizzata determinando una qualità a macchia di leopardo, dove il mediocre si scontra con l’ottimo ed il buono con il discreto.

 

Vediamo com’è andata. Il periodo autunno-invernale - spiega il direttore generale di Assoenologi - è stato caratterizzato, in tutt’Italia, da temperature piuttosto rigide e da abbondanti precipitazioni che hanno ricostituito, dal Piemonte alla Sicilia, le riserve idriche depauperate nelle precedenti annate. Nel Nord la neve è caduta abbondantemente come non si vedeva da anni. Questa situazione ha determinato una ripresa vegetativa ritardata di circa una settimana rispetto alla media pluriennale. Dopo un ottimo germogliamento, grazie alle alte temperature del mese di maggio, con il termometro che ha superato i 30°C sia a Firenze che a Milano, il ritardo è stato riassorbito tanto che la fioritura e l’allegagione sono avvenute mediamente in anticipo di 10 giorni rispetto ai normali periodi, anticipo che si è mantenuto, ed in alcuni casi è cresciuto, fino alla vendemmia. Nella prima settimana di luglio la penisola è stata investita da abbondanti precipitazioni e l’altalenanza di umidità e bel tempo hanno creato le premesse per l’insorgere delle tradizionali malattie fungine della vite: oidio, peronospora e botrite che, sia pure con differente intensità, si sono manifestate da Bolzano a Pantelleria.

Il mese di agosto ha ricordato quello del 2003 (il più caldo degli ultimi decenni) facendo registrare temperature torride che hanno raggiunto punte, anche in Italia settentrionale e centrale, vicine ai 40°C percepiti.

Il mese di settembre ha invece diviso l’Italia trasversalmente regalando delle giornate ricche di sole al Nord e, purtroppo, assai piovose al Sud e nelle principali Isole.

 

I tempi della vendemmia 2009 - continua Giuseppe Martelli - possono essere così riassunti. La raccolta delle varietà precoci (Chardonnay, Pinot, Sauvignon) è iniziata il 3 agosto in Sicilia, il 5 agosto in Franciacorta, il 6 agosto in Puglia e il 20 agosto in Toscana. Il pieno della vendemmia è avvenuto nella seconda decade di settembre. I conferimenti sono terminati, per la stragrande maggioranza delle uve, entro fine settembre. Su tutto il territorio nazionale, i conferimenti si sono esauriti a metà ottobre con le ultime uve di Raboso e Cabernet nel Veronese, di Cabernet, Petit Verdot e Sangiovese in Toscana, mentre in Valtellina e nell’Avellinese si protrarranno fino alla prima settimana di novembre quando saranno staccati gli ultimi grappoli di Nebbiolo e di Aglianico.

 

Una vendemmia che divide l’Italia - afferma Martelli che è anche presidente del Comitato nazionale vini del Dicastero dell’agricoltura - Nel 2007 il Centro-Sud fece registrare una produzione fortemente deficitaria rispetto a quella del Nord Italia. Nel 2008 si è verificato un capovolgimento della situazione con un decremento nel Centro-Nord ed un incremento nel Centro-Sud, ad eccezione della Sardegna.

Quest’anno l’Italia è stata fino ad agosto divisa longitudinalmente a causa delle diverse condizioni atmosferiche e meteoriche verificatesi durante tutto il ciclo vegetativo. In pratica la parte occidentale, quella tirrenica, ha manifestato incrementi di produzione abbastanza omogenei, mentre la parte orientale (adriatica) decrementi altrettanto omogenei. Infatti, dal Friuli Venezia Giulia, passando per le Marche ed arrivando in Puglia si riscontravano decrementi produttivi che oscillavano tra il -5% e -10% rispetto allo scorso anno. Mentre valutando i dati dal Piemonte alla Toscana, fino alla Campania si registravano, sempre a fine agosto, segni positivi da +5% a +10%.

Oggi, a raccolta pressoché ultimata, l’Italia attenua la divisione longitudinale al Nord e l’accresce al Sud, dove il bizzarro andamento climatico e meteorico, caratterizzato prima da temperature elevate, poi da piogge inconsuete, ha penalizzato la produzione facendola scendere a -15% in Abruzzo ed in Puglia e a -10% in Sicilia e nelle Marche.



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